La strana storia del Beato Matteo - Sito ufficiale del Palio di Vigevano

Cerca
Vai ai contenuti

Menu principale:

La strana storia del Beato Matteo

Personaggi e altro > Personaggi
 
 

Se Sant'Ambrogio è il primitivo Patrono dell'"insigne borgo" di Vigevano (che sarà città nel 1530), il Beato Matteo Carreri da Mantova ne diverrà il Protettore. Infatti per iniziativa della comunità civile, nel Convocato (o Consiglio Generale) di Vigevano del 27 marzo 1518, veniva proclamato quale Protettore di Vigevano il Beato Matteo Carreri, ratificando la promessa di protezione espressa dallo stesso Beato poco prima di morire (il 5 ottobre 1470, nel convento vigevanese di San Pietro Martire). Se normale risulta in ogni borgo o città la scelta del Santo Patrono da parte della comunità, singolare risulta in Vigevano la scelta della comunità da parte del Beato Protettore. Questi, infatti, prima del suo transito su questa terra, aveva promesso che "avrebbe sempre pregato in cielo per la sua cara Vigevano". E i sopravvissuti dell'ultima generazione che avevano visto frà Matteo soccorrere il popolo vigevanese e compiere prodigi in vita che avevano sperimentato la promessa di protezione, essi che decurioni o anziani, sedevano nel Consiglio Generale, promossero il convocato suddetto che dichiarava il Beato Matteo Carreri protettore di Vigevano.  (...) Nel 1418 (n.d.r.) in casa Carreri, a Mantova, venne alla luce Gian Francesco, il futuro Beato Matteo. Sua madre si chiamava Nicolosa. Suo padre, Francesco, era notaio di Gian Francesco Gonzaga. In omaggio al signore di Mantova, al piccolo Carreri fu appunto posto quel nome con il santo battesimo (...). Gian Francesco oltre che nello studio si impegnava pure nelle opere di carità e di pietà cristiana, fino alla scelta sui vent'anni, della vita religiosa nell'Ordine dei Predicatori. (...).
Come religioso, sacerdote e predicatore Frà Matteo percorse buona parte della frammentata Italia centro-settentrionale d'allora. Lo troviamo innanzitutto nel Mantovano, nel Vicentino e nel Cremonese, e poi in Toscana e in Liguria, e quindi nel più vasto Ducato di Milano, per concludere il suo pellegrinaggio terreno in un lembo di tale Ducato, la terra di Vigevano (sede ricercata del Signori di Milano per svaghi, tornei e cacce, con il funzionale castello e, più tardi, nel 1492 con la rinascimentale, bellissima piazza introducente al maniero).
Nel Cremonese, e precisamente a Soncino, il Carreri riformò il convento di San Giacomo, portando la comunità dei frati alla fervente vita spirituale della primitiva regola, intrisa di preghiera e contemplazione, di studio e di predicazione evangelica che irradiava in testimonianza di vita sulla popolazione del luogo. Troviamo poi frà Matteo in Toscana, in viaggio verso Pisa per un successivo imbarco verso Savona. Le carte non ci forniscono motivazioni e particolari. Siamo nel 1450. E' presumibile che tornasse da Roma dove aveva celebrato il giubileo di metà Quattrocento, indetto da Papa Niccolò V nella ritrovata unità dei cristiani. (...).
Il viaggio da Pisa a Savona, su un veliero carico di pellegrini e di mercanzie, già di per sè movimentato, divenne assai agitato dall'attacco di una nave di "perfidi corsari". Questi derubarono i beni della nave e dei passeggeri; il corsaro in capo sequestrò anche due donne, madre e figlia, per portarsele via. Ma, come racconta frà Cherubino da Fabriano, testimone del fatto, "frà Matteo supplicò il barbaro di rilasciare le due donne, senza atterrirsi delle minacce del corsaro, il quale liberò in un primo tempo la madre e, alle preghiere del frate che offriva se stesso in schiavitù, liberò pure la figlia, e a tutti diede la libertà".
Nel 1456, frà Matteo è a Vigevano per una serie di predicazioni nella chiesa di San Pietro Martire che era retta da padri domenicani (della congregazione riformata di Lombardia), che tenevano un mirabile convento con annesso noviziato. E proprio quale maestro dei novizi verrà Matteo dieci anno dopo in Vigevano per trasmettere permanentemente ai frati e tutta la popolazione del luogo la passione della verità, della carità e della santità.
La passione per la verità lo spinse ad esempio a fare chiarezza sul modo di fare divertimento da parte di alcuni saltimbanchi che intrattenevano i giovani del luogo con balli e danze e gesti assai volgari. Frà Matteo, avvertito dell'indecenza, scese dal convento verso il piazzale della baldoria, portando un nodoso bastone in mano e cacciò tutti coloro che facevano disordine, con risentimento di taluni ufficiali del Duca Galeazzo Sforza. Questi, che stava nel cortile del castello di Vigevano, mandò a chiamare il frate per avere spiegazioni del suo operato. E Matteo persuase il Duca del dovere dell'autorità di seguire la legge morale per il bene del comune. La passione della santità si compenetra con l'autentica passione di Cristo, fino a ricevere la trasverberazione del cuore dal grande Crocifisso che sta nella chiesa di San Pietro Martire in Vigevano. E come il cuore di Cristo, anche il cuore di frà Matteo rimase aperto nel suggello della morte: era il 5 ottobre 1470.
Tutti gli abitanti di Vigevano accorsero a venerare il "Beato" Matteo.
Nel 1482 Sisto IV, permise, a viva voce, il culto del Beato, secondo il rescritto dell'8 febbraio 1482 del padre Salvo Cassetta, Maestro Generale dei domenicani. Urbano VIII, nel 1625, e Benedetto XIV, nel 1742, riconfermarono il culto, fissando al 7 di ottobre la celebrazione liturgica. Nel 1646 il corpo del Beato fu traslato nell'arca marmorea in cui riposava, nella chiesa di San Pietro Martire di Vigevano, alla cripta ricavata ai piedi dell'altare maggiore della stessa chiesa. Tale cripta fu successivamente ampliata ed abbellita fino a divenire un suggestivo "scurolo" con la spoglia del Beato posta nell'urna dai cristalli e dagli argenti smaglianti. Oltre la devozione particolare, il sentire comune dei vigevanesi attribuisce alla protezione del Beato Matteo il superamento di tempi calamitosi. Ed anche oggi è sommamente venerato.

Marco Bianchi
da: Quadrante Padano
Anno XX, numero II, dicembre 1999

 
 
Torna ai contenuti | Torna al menu